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MineralMovies [Ep.1]: Analisi di Picnic ad Hanging Rock (1975)

Analisi di Picnic ad Hanging Rock (1975) di Peter Weir, tratto dall’omonimo romanzo di Joan Lindsey del 1967

Hanging Rock, letteralmente “roccia sospesa”, è la cuspide centrale di un centinaio di metri di altezza che si erge al di sopra di un complesso di enormi menhir dai nomi evocativi come il Vampiro, Re Artù, l’Ufo, a una settantina di chilometri da Melbourne, Contea di Macedon, Stato di Victoria in Australia. Hanging Rock è un ammasso botrioidale, geologicamente definito mammellone, formatosi dalla solidificazione di un magma denso sotto forma di una roccia effusiva chiamata trachite. Tuttavia, non si tratta di trachite qualsiasi ma di solvsbergite, a chimismo e tessitura talmente particolari da renderla scarsamente diffusa e solo in poche località della Terra. Mentre il magma di Hanging Rock si raffreddava e si contraeva, si spaccò in colonne grezze, fatte di questa trachite finemente porosa e ruvida che nasconde cristalli di un comunissimo feldspato sodico di colore bianco candido, da cui il nome di Albite.
Più raramente la roccia trachitica di Hanging Rock rivela cristalli di una varietà molto rara di Albite, dal colore grigiastro e che prende il nome di Anortoclasio, a significare la sua sfaldatura irregolare e selvaggia.
I mammelloni taglienti e i cristalli triclini di Hanging Rock hanno milioni di anni, un’eternità che si ridimensiona a un respiro della Terra se paragonata ai quasi quattro miliardi e mezzo di anni delle sabbie di zircone di Jack Hills, nello Stato della Mid West Australia, a soltanto poche migliaia di chilometri di distanza.

Solo un milione di anni fa. Davvero un’eruzione piuttosto recente. Le rocce tutt’intorno – lo stesso Monte Macedon – devono avere 350 milioni di anni. Lava silicea, spinta in alto dalle profondità. Le trachiti di sodio estruse in uno stato altamente viscoso, a costruire i mammelloni dai fianchi ripidi che vediamo in Hanging Rock. E’ abbastanza giovane geologicamente parlando. Appena un milione di anni. Così Miss McCraw, la professoressa di matematica, descrive alle ragazze del collegio Appleyard la bizzarra meraviglia naturale che farà da sfondo alla loro versione in salsa australiana de La colazione sull’erba dipinta da Manet. Come il quadro destò scandalo e stupefazione, così farà il picnic delle ragazze, terminato con la tragica e inspiegabile scomparsa di quattro persone, tra cui proprio la professoressa McCraw.
Così come per il dipinto, anche per la sparizione il primo indiziato sarà il sesso. Forse una violenza sessuale ai danni delle ragazze? Questo pensano inizialmente la polizia e l’opinione pubblica, e potrebbero non essersi sbagliati del tutto.
Il regista Peter Weir gioca proprio sull’aspetto voyeuristico della telecamera, intrufolandosi in modo volutamente ambiguo nell’intimità delle ragazze, sottolineandone la loro innocenza di ninfe quasi scaturite dalla natura incontaminata circostante ma allo stesso tempo insinuando nello spettatore il dubbio. Qualcosa di selvaggio e ribollente si muove sotto la crosta terrestre dell’asettica quanto spietata educazione vittoriana in cui vivono ogni giorno e iniziano a liberarsene come delle calze, delle scarpe e dei corsetti che abbandonano durante la salita alle rocce basaltiche.
Nonostante gli sforzi della direttrice, la sessualità è entrata in punta di piedi nella vita delle ragazze, senza intaccarne per altro l’efebica esteriorità, e non a caso la professoressa di francese Mademoiselle de Poitiers vede ancora Miranda, la ragazza con la bellezza più idealizzata, come un angelo di Botticelli. Non è però lo stesso sguardo con cui la osserva la sua compagna di stanza Sara, probabilmente innamorata di lei senza esserne pienamente cosciente, o quello del giovane gentleman Michael che ne rimane ossessionato e conturbato.
Il tema dell’innocenza perduta tanto caro all’epoca in cui è ambientata la pellicola è qui dipinto in modo talmente letterale che a perdersi sono delle innocenti: le ragazze sarebbero state tali ancora per poco, ed è forse proprio quel desiderio tipico dell’artista di cristallizzare l’innocenza e la bellezza ideale in un attimo rubato a spingere quella sorta di misteriosa entità all’opera tra i mammelloni a bloccare il tempo (gli orologi si sono tutti misteriosamente fermati) e impedire per sempre l’inevitabile corruzione dell’adolescenza. Non è un caso che le uniche ragazze del gruppetto a tornare indietro siano prima l’ancora fisicamente e sentimentalmente acerba Edith, e poi settimane dopo Irma che al contrario è troppo terrena e matura come si evince già dallo scambio di battute non propriamente altolocato tra Michael e il suo domestico Albert, i quali spiano le scalatrici dalla distanza proprio come lo spettatore. Irma tornerà sì dalla bolla temporale che ha intrappolato per sempre le sue amiche, ma non tornerà mai al collegio. Si presenterà vestita ormai inequivocabilmente come una donna alle sue compagne, le quali reagiranno a questo affronto con un’isteria di massa nella scena della palestra, in cui avrà spazio anche un rapido excursus horror della telecamera sulla povera Sara torturata in un marchingegno per la correzione della postura.
La ragazza è letteralmente imprigionata dalle regole spietate della società umana, la quale non solo la opprime con il grigiume delle rette da pagare e delle gerarchie da rispettare, ma l’ha anche condannata alla solitudine dividendola per sempre dal fratello perduto Albert. Miranda e la poesia di cui è musa sono l’unica speranza di bellezza in questo ambiente geologico ostile, che pure non è nulla rispetto all’orrore dell’ignoto, al panico indotto dalla natura che può fagocitare in modo misterioso chiunque in qualsiasi momento. Si sentono gli echi del racconto Il grande dio Pan di Arthur Machen, in cui un esperimento scientifico rompe quella fragile barriera che divide il mondo umano, sì corrotto e immorale ma pur sempre comprensibile, dall’inconoscibile dimensione che è Pan, la natura primigenia in cui impulsi sessuali e violenza predatoria si mescolano in un caos in cui non esistono contraddizioni logiche, con buona pace della fredda e razionale Miss McCraw, che infatti si perderà per sempre. Il flauto di Pan inoltre è non a caso lo strumento musicale che più irrompe nella colonna sonora del film, straniando lo spettatore che inizia a dubitare della razionalità degli avvenimenti a schermo.
Molti hanno correttamente osservato come la cinematografia australiana sia spesso intrisa della sottile angoscia coloniale dell’uomo civilizzato che si trova a vivere in un ambiente incontaminato e dominato da una natura antica e potente come i basalti di Hanging Rock, da addomesticare iniettandoci un po’ di Inghilterra sotto pelle. Emblematico di questo straniante ibrido l’inquadratura in cui gli ammuffiti nobilotti parenti di Michael prendono il tè e trangugiano torta su terreni che fino al giorno prima ospitavano chissà quali ancestrali riti sciamanici degli Aborigeni, la cui scomparsa è davvero una tragedia tangibile e non un artificio letterario.
Una chiave interpretativa del film può essere ritrovata proprio in un concetto tipico della cultura dei nativi australiani, tanto di successo nella cultura popolare quanto discusso a livello accademico: il Tempo del Sogno.
Probabilmente a causa di errori di traduzione e interpretazione, così fu chiamata dagli antropologi l’epoca precedente a quella degli uomini in cui, secondo gli Aborigeni, enormi spiriti plasmarono il mondo fisico con le loro azioni, in modo quasi involontario ad esempio sedendosi o danzando. Ogni manifestazione notevole della natura, dal sole a una formazione geologica particolare è ricondotta a un mito di origine appartenente al Tempo del Sogno: gli spiriti operarono come demiurghi su un mondo fino ad allora indifferenziato, con un’azione ordinatrice che infuse anche di regole di vita la cultura umana, tanto che il termine originale viene anche tradotto come legge. Per altro, il Tempo del Sogno è in realtà fuori dal tempo, configurandosi anche come una dimensione parallela alla nostra accessibile agli esseri umani tramite appunto il sogno, grazie al quale essi possono ricavare intuizioni e insegnamenti nonché i racconti che saranno tramandati tra gli appartenenti allo stesso gruppo.
Il sogno è la cifra stilistica principale del film: la regia e il montaggio cercano in ogni modo di riprodurre quel senso di spaesamento tipico della dimensione onirica, togliendo ai personaggi in scena ogni possibilità di orientarsi, perennemente avvolti da una nube di sonno postprandiale. Nei sogni il tempo si deforma in modi imprevedibili proprio come ad Hanging Rock, affogando la realtà in un’illusione che pure è ancora familiare: nei sogni come ad Hanging Rock, ci si può perdere e non uscirne mai più.

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