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Prologo di “Una Storia della Mineralogia”

Sempre, di ogni Storia vissuta con passione, si ricorderà l’inizio.
Il mio primo contatto con la mineralogia è avvenuto nel 1967, all’età di dieci anni, durante una gita domenicale fuori città, tipico passatempo del breve “boom” economico italiano.   In quella circostanza, la Fiat Seicento di mio padre e l’iniziativa di mia madre mi avevano portato nell’entroterra impervio e suggestivo dell’Appennino ligure e, più precisamente, nei dintorni di un paese della provincia di Genova dall’emblematico nome di Uscio.
La notorietà del luogo è tuttora dovuta all’abbondanza di cave e di miniere dalle quali si estrae ardesia, la roccia scistosa nera e resistente, utilizzata nell’edilizia, ma soprattutto famosa e pregiata per le meravigliose e ineguagliabili lavagne, che nobilitano le aule scolastiche e universitarie di tutto il mondo.   L’ardesia è stata il mio “uscio” di entrata, oppure, come si direbbe oggi, il metaforico “stargate” nell’universo mineralogico.
Mentre staccavo le lastrine lisce di lavagna dalla parete rocciosa e mi stavo rendendo conto dell’origine naturale dell’oggetto sul quale ogni mattina si concentravano i miei occhi di scolaro elementare, ho provato una piacevole emozione: la stessa che coglie all’improvviso chiunque stia facendo una scoperta, indipendentemente dal fatto che si tratti di un luogo, di una persona, oppure, come nel mio caso, dell’origine di una pietra.
Tornato a casa, ho subito verificato con gioia che il gessetto lasciava gli attesi segni bianchi cancellabili con le dita.   Per logica conseguenza, mi sono domandato cosa fossero in realtà l’ardesia e il gesso e per quale motivo si comportassero in quel modo così singolare.   La risposta mi venne fornita da Adriana Trevis, la cara e indimenticabile amica di famiglia che, nel duplice ruolo di dottoressa in chimica e d’insegnante di scienze naturali, mi ha così introdotto alla mineralogia.   Nell’intento di dimostrarmi tangibilmente la differenza tra le rocce (come l’ardesia) e i minerali, mi regalò quello che sarebbe diventato il … “Principe” del mio personale spicchio di Regno Minerale.   “Principe” nel duplice senso di nobile rappresentante della dinastia mineralogica e di punto di partenza della mia passione mineralogica.   Si tratta di una piccola drusa di quarzo ialino, eletta, da quell’istante indimenticabile, a “Numero Uno” storico della mia collezione.
Ardesia, gesso e quarzo: questi tre “minerali” hanno segnato la mia iniziazione alla mineralogia e avviato la mia personale storia di mineralogista, pagina della vasta e affascinante enciclopedia della storia della mineralogia, alla quale tutti i mineralogisti di ogni epoca e latitudine hanno contribuito e della quale sono parte integrante.
Molto più delle altre scienze, la mineralogia possiede la peculiarità di essere variegata e interclassista, grazie all’ampiezza e disparità del contributo, del livello culturale e sociale dei mineralogisti: sommi scienziati e semplici collezionisti, grandi ingegneri e umili minatori, dotti filosofi e appassionati autodidatti, facoltosi aristocratici e modesti artigiani, lungimiranti imprenditori e introversi naturalisti, teologi trascendenti e laici materialisti.   Indipendentemente dalle differenze economiche, sociali e culturali, credo che la prima sensazione di un mineralogista in erba di fronte a un minerale sia il risultato di fascino, curiosità e interesse.   Proprio questo intreccio di sentimenti ha colpito la mia mente di ragazzino al cospetto del “Principe”, la piccola drusa di quarzo ialino ricevuta in dono da Adriana.   Lo stesso stato d’animo mi ha accompagnato per tutto il tempo che ho dedicato alla mineralogia e che tuttora mi anima nel tentativo di raccontarne una storia.

Oltre al “Principe”, la prima pietra metaforica e la conseguente iniziazione alla mineralogia si è tradotta nella richiesta ai miei genitori del “piccolo chimico”, regalo scelto per il mio undicesimo compleanno.   Lo pseudo-giocattolo, oltre ad avere la grande responsabilità (meritoria o colpevole?) di aver generato la maggior parte dei chimici esistenti nell’ultimo mezzo secolo, possiede anche l’ambigua caratteristica di rendere impalpabile e imprevedibile il confine tra divertimento e frustrazione.
Infatti, dopo aver riprodotto una serie di esilaranti miracoli chimici – dalla scrittura con l’inchiostro simpatico alla trasformazione dell’acqua in vino, per arrivare quasi alla riproduzione delle stigmate…- è giunta puntualmente la prima grossa delusione. Credendo di aver applicato alla lettera le istruzioni del tanto agognato esperimento di cristallizzazione, descritto nel famigerato libretto, ho trascorso invano giorni e giorni al capezzale di un vetro di orologio, contenente una soluzione blu brillante di solfato di rame, nella trepidante attesa di vedere depositarsi e crescere i previsti cristallini del suddetto sale.   Peccato che avessi commesso il tragico errore di non preparare una soluzione sovra-satura di sale.   Purtroppo, l’utilizzo di un’insufficiente quantità di solfato di rame nella preparazione della soluzione a caldo non avrebbe mai permesso di ottenerne la sovra-saturazione e di conseguenza l’agognata cristallizzazione del sale blu.   L’inconscia volontà di centellinare quella sostanza chimica, che consideravo preziosa e rara, aveva causato un’eccessiva parsimonia e il conseguente fallimento della prova.
Ricordando l’episodio, penso ai tanti pseudo-scienziati, nei quali la mia carriera di chimico tuttora si imbatte, che antepongono coscientemente la sola speculazione economica a qualsiasi qualità del prodotto finale e lavorano per aziende complici della vendita ingannevole di “soluzioni non sovra-sature di solfato di rame” che, come tali, non potranno cristallizzare mai.

Raccogliendo i primi sassi e osservandone attentamente le caratteristiche, mi sono reso conto che ogni campione, anche di una stessa specie mineralogica, gode della proprietà di essere un’unica e irripetibile espressione della multiforme creatività della natura.
Ho pensato al “Principe” e ho provato soddisfazione per la conferma delle mie supposizioni; penso che, da questo punto di vista, i minerali sono analoghi agli esseri umani.   Talvolta perfino parenti stretti, ma sempre unici e irripetibili attraverso i loro infiniti caratteri e dettagli, individui indipendenti, ma raggruppabili in famiglie e gruppi per composizione e struttura.   La differenza agrodolce risiede nel fatto che la morfologia esterna e la struttura interna degli esseri umani, al contrario dei minerali, non sempre sono coerenti tra loro e l’angolo retto non misura quasi mai gli attesi novanta gradi.

< Panta rei >, affermava il filosofo Eraclito, ossia “tutto scorre, tutto si trasforma, nulla resta immutabile”.   Anche il mondo minerale è soggetto a continue trasformazioni e invecchiamenti, proprio in analogia con gli esseri umani: esso descrive una traiettoria temporale che sfugge al nostro intelletto e dà la sensazione di percorrere una semi-retta, di cui si riesce a cogliere soltanto il punto di origine (seppur lontano) e mai il punto di arrivo.   Nella convulsa e accelerata dimensione dell’esistenza umana, dove tutto si consuma così rapidamente da farla perfino apparire priva di regole durature, la scelta di collezionare e studiare i minerali riflette la serena consapevolezza che la parte inorganica della natura mostra la sua solidità nel tempo ed è incurante dei cambiamenti biologici e umorali legati alla sua parte organica.   A differenza delle civiltà che si susseguono nei secoli, delle specie animali che si estinguono, di intere foreste che scompaiono, il campione di quarzo, raccolto quarant’anni anni fa, ha molte probabilità di restare pressoché immutato nel corso delle ere geologiche: potrà passare di mano in mano fino a essere smarrito, ma rimarrà sempre la testimonianza indelebile di sé stesso in qualsiasi momento nel quale tornasse ad apparire tra le mani di qualcuno.  Questo tangibile spicchio di solida eternità naturale mi conforta e mi piace, non fosse altro perché si contrappone umilmente all’arrogante invadenza dell’eterea eternità soprannaturale, che spesso mi sovrasta circondandomi di vuoto.   Credo che soltanto un razionale materialismo predisponga la mente ad accogliere serenamente un genuino spiritualismo.

La crescita passionale per la mineralogia non si è tradotta nel semplice incremento numerico di campioni e di specie, ma si è anche sviluppata lungo l’ampio spettro che questa meravigliosa scienza è in grado di offrire, svariando dalla dimensione naturalistica alla scientifica, dall’aspetto collezionistico allo storico.   In sintonia con la definizione interclassista di mineralogista, la storia della mineralogia che sto narrando non riporta soltanto le scoperte dei mineralogisti “per mestiere”, ma anche le esperienze dei cosiddetti mineralogisti “per passione”.
Spero vivamente di non essere stato l’unico mineralogista neofita a trascorrere interi pomeriggi sulla spiaggia a raccogliere centinaia di ciottoli di vetro colorato, arrotondati dal mare, credendoli, in totale buona fede, cristalli naturali.   Certamente meno comune è averli permutati – sempre in totale e reciproca buona fede – con l’amico Nicola, in cambio di quarzi alpini ben cristallizzati.   Entrambi, io e Nicola, siamo diventati chimici, forse proprio per non cadere mai più in equivoci così grotteschi.   Per quanto mi riguarda, ho fatto anche di più: pur di lavare l’onta di quell’imperdonabile peccato originale, ho sostenuto vari esami di argomento mineralogico e mi sono laureato in chimica presso l’Istituto di Mineralogia dell’Università di Torino.
La costruzione della personale cultura mineralogica è iniziata e prosegue tuttora con il ritmo e la caparbietà richieste dall’assemblaggio di un mosaico, ottenuto aggiungendo tessera dopo tessera, cercando incastro dopo incastro, con pazienza e determinazione: i tasselli di questo gigantesco mosaico sono le esperienze, le ricerche sul campo, le visite ai musei, le frequentazioni delle biblioteche, le partecipazioni alle mostre mineralogiche e i contatti collezionistici in giro per il mondo.
La passione che ha accompagnato ogni attività mineralogica svolta in epoca universitaria non è diminuita durante il periodo dottorale all’allora “Istituto Georisorse e Territorio” del Politecnico di Torino, sotto l’autorevole guida del professor Elio Matteucci.   Da lui ho imparato il rigore del metodo scientifico, applicato alle analisi microscopiche, alle determinazioni diffrattometriche e alla complessa tecnica della spettroscopia al plasma, che permetteva il lusso di identificare contemporaneamente tutti gli elementi chimici contenuti in un campione litologico.
La passione per la mineralogia mi ha messo a contatto con persone completamente diverse tra loro, sia per cultura e sia per estrazione sociale, ma accomunate dal medesimo approccio mentale, risultante dalla miscela di entusiasmo, curiosità scientifica e perfino sensibilità artistica nei riguardi degli amati “sassi”.
Una figura emblematica del variegato mondo dei mineralogisti, è quella dell’indimenticabile amico Antonio Muntoni: dopo un trentennio speso nelle dure miniere sarde dell’Arburese a riempirsi i polmoni di polvere di galena e blenda, Antonio cominciò a dedicare i suoi giorni di pensione alla ricerca di bei campioni, questa volta per riempirsi gli occhi.   Egli ha inseguito e raggiunto, anche se per poco tempo, il piacere di guardare i minerali finalmente per quello che sono e non per quello che sono costretti a essere: affascinanti cristalli da ammirare e studiare; non freddi materiali da macinare e fondere.   In Antonio, la professionalità dell’esperto minatore e l’acume dell’autodidatta si integravano perfettamente con la genuina curiosità di chi è affascinato dai misteri della struttura cristallina e colpito dalla bellezza delle sue molteplici espressioni.
Andai a colloquio con il professor Elio Matteucci nell’aula magna del Politecnico di Torino, in una rigida giornata dell’inverno piemontese; ho incontrato Antonio in una torrida estate sarda all’ombra dell’unico leccio delle discariche minerarie di Giovanni Bonu.   Il primo mi ha proposto, con una semplice stretta di mano, il dottorato di ricerca e la prospettiva allettante di spaccarmi la mente su formule gelide; il secondo mi ha offerto carrube e pecorino sardo per pranzo, un martello e l’invito amichevole a rompere sassi roventi insieme a lui: entrambi hanno segnato la mia passione mineralogica e la mia vita in modo indelebile; entrambi sono parte della storia della mineralogia.

Alla memoria di Adriana, di Antonio e di Elio, dedico “Una Storia della Mineralogia”.
All’immagine di ciascuno di loro accosto metaforicamente la caratteristica più significativa dei tre “minerali”, che per primi hanno segnato la mia passione per la mineralogia: il gesso è simbolo dell’insegnamento prezioso ed esaustivo ricevuto da Adriana, l’ardesia rappresenta il pragmatismo e la tenacia di Antonio, il quarzo è l’immagine del rigore scientifico e cristallino di Elio.

È mia profonda convinzione che la storia della mineralogia sia costituita dall’insieme delle storie di tutti i mineralogisti che, nella sequenza di tempi e di luoghi, si sono avvicinati ai minerali nei modi più disparati e con le culture più diverse, offrendo una gamma di contributi tanto vasta quanto gli interessi e gli spunti suscitati da questa scienza entusiasmante.   I mineralogisti di volta in volta citati costituiscono i punti di riferimento, necessarie pietre miliari per delineare un percorso molto lungo e spesso tortuoso, che attraversa e permea tutte le civiltà comparse sulla Terra, accompagnando gli esseri umani nell’arco della loro intera evoluzione.   Se è vero che la storia è fatta dagli uomini, è altrettanto vero che la storia della mineralogia debba essere considerata opera dei mineralogisti, intendendo, con l’accezione più ampia del termine, tutti coloro che abbiano interagito con il mondo minerale.
Delle loro opere e delle loro scoperte, contestualizzate nel lasso di tempo che, dalla comparsa dell’essere umano sulla Terra, si estende fino all’inizio del Terzo Millennio, si cerca ora di dare un cenno, nel tentativo di mostrare che il loro rapporto con la mineralogia è la semplice punta di diamante del piacevole e necessario legame che da sempre unisce l’uomo ai minerali.

[tratto da “Una Storia della Mineralogia”, Massimo Umberto Tomalino (2011)]
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