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MineralMovies [Ep. 4]: Analisi de Il mago di Oz (1939) di Victor Fleming e Ritorno a Oz (1985) di Walter Murch

Analisi de Il mago di Oz (1939) di Victor Fleming e Ritorno a Oz (1985) di Walter Murch

Tutte le pietre preziose del mondo sono create qui, nei miei domini sotterranei. Tutte create per me dai miei Gnomi. Dunque, immagina come ci sentiamo quando qualcuno dal mondo di superficie scava e ruba i miei tesori. Tutti gli smeraldi nella Città di Smeraldo appartengono a me, in realtà. Stavo semplicemente reclamando ciò che era mio dal principio.

Così il Re degli Gnomi (Nome King in originale) giustifica alla povera Dorothy le sue tremende azioni, ovvero la distruzione del Regno di Oz e la trasformazione in statue di tutti i suoi abitanti, compresi lo Spaventapasseri, l’Uomo di Latta e il Leone. Presto le svelerà che anche le sue Scarpette di Rubino ormai gli appartengono: il deus ex machina che aveva risolto tutti i problemi nel primo viaggio di Dorothy è ora un’arma del nemico.

Se il primo viaggio a Oz era stato un sogno, questo secondo è un vero incubo.

Non che il mondo degli esseri umani offra molta più speranza: Dorothy prima della fuga aveva rischiato l’elettroshock e l’internamento in una clinica psichiatrica, com’è lecito aspettarsi che succeda a una bambina che farnetica di folli fantasie nella realtà rurale del Kansas di inizio Novecento.

Per quanto l’immaginario del mondo creato da L. Frank Baum sia associato normalmente alle coloratissime e festose immagini del film del 1939 Il mago di Oz di Victor Flaming, una certa oscurità è sempre stata presente, come in ogni fiaba che si rispetti. Le illustrazioni originali dei libri sono sempre state a metà tra il grottesco e il gotico, e gli stessi personaggi positivi hanno spesso una dualità inquietante, come l’Uomo di Latta, il quale oltre ad avere una backstory degna di una tragedia greca non si fa problemi a massacrare violentemente diverse creature con la sua ascia.

Il film originale stempera molte di queste asperità dell’opera originale, ma al contempo aggiunge carichi di disagio per lo spettatore moderno.

Non si può non essere distratti durante la visione dalla consapevolezza della vita tragica della protagonista Judy Garland, artista incredibile che ha avuto l’amaro destino di essere ricordata da tutti come interprete dell’innocente ragazzina Dorothy, proprio lei che bambina non è mai potuta essere.

Il successo stellare del film spinse la Disney ad acquistare i diritti di trasposizione dei seguiti del libro originale, non appena le fu possibile: eppure si attese il limite della scadenza per decidersi a mettere in produzione il seguito, ben quarantasei anni dopo. Fu chiamato a dirigere Walter Murch, al suo esordio come regista dopo una carriera da montatore e sound designer per filmetti trascurabili come Il padrino, La conversazione e Apocalypse Now, tra i tanti. Neanche a dirlo, l’esperienza sul set fu tanto problematica come l’originale, con gli stessi problemi di budget, di realizzazione di costumi e scenografie nonché nuovamente le difficoltà di interagire con una giovanissima attrice, Fairuza Balk.

Murch fu addirittura estromesso del tutto, e solo la sua amicizia con George Lucas e Steven Spielberg gli permisero di tornare e concludere quello che alla fine si rivelerà il suo primo e ultimo incarico da regista cinematografico. Il film non fu un successo immediato, ma negli anni entrò a far parte di quella schiera di pellicole cult anni ‘80 pensate per un pubblico di bambini ma con elementi oscuri e scioccanti da essere ricordate con un misto di nostalgia e inquietudine anche nell’età adulta.

Questa tendenza è legata emotivamente al gioco intellettuale che da sempre spinge certa critica ad analizzare (qualcuno direbbe sovranalizzare) opere rivolte all’infanzia nel tentativo di trovarvi allegorie e sembianti di teorie complesse circa la storia, la psicanalisi, la politica.

L’opera letteraria originale di Baum è probabilmente uno dei migliori esempi di queste analisi, superata forse solo dall’Alice nel Paese delle Meraviglie di Carroll: lo storico Quentin Taylor propose ad esempio una lettura allegorica della storia, in cui lo Spaventapasseri rappresenta la classe contadina del Midwest, l’Uomo di Latta la classe operaia metallurgica e il Leone Codardo l’esercito reduce dalle prestazioni non proprio esaltanti durante la guerra Ispano-americana.

Taylor inoltre lesse nell’avversario di Dorothy, la Strega dell’Ovest e le sue Scimmie Volanti, i segni di un’altra minaccia percepita dagli americani nell’Ovest a fine ‘800, ovvero gli indigeni nativi di quelle terre riguardo ai quali Baum effettivamente scrisse articoli, invocandone addirittura lo sterminio totale come sorta di eutanasia per liberarli dalle loro misere condizioni. Se fosse serio o volutamente sarcastico, in stile Una modesta proposta di Jonathan Swift, è ancora argomento di dibattito.

Le analisi di Taylor partirono però in risposta a una delle letture del Mago di Oz più famose, sebbene ricca di inaccuratezze e forzature: nel 1964 lo storico Henry Littlefield teorizzò che il perno tematico della storia fosse nientemeno che il dibattito circa la politica monetaria degli Stati Uniti del tempo, diviso fra i sostenitori del Gold Standard e quelli del Free Silver. L’oro sarebbe rappresentato dalla Strada di Mattoni Gialli che i protagonisti percorrono per arrivare ad Oz, termine che è l’abbreviazione di oncia, ovvero l’unità di misura dei metalli nel sistema imperiale; la città peraltro è verde per via dei suoi smeraldi, come i dollari stampati, e le scarpette magiche di Dorothy nell’opera letteraria sarebbero d’argento (e non di rubino come nei film) a simboleggiare i sostenitori del Free Silver. Il cosiddetto Free Silver divenne una delle principali questioni di politica economica negli Stati Uniti alla fine del XIX secolo. I suoi sostenitori, forti soprattutto dello sfruttamento dei floridi giacimenti di argento americano, si schierarono a favore di una politica monetaria espansiva che prevedeva la coniazione illimitata dell’argento in denaro su richiesta, in opposizione alla stretta adesione all’offerta di moneta più accuratamente fissata implicitamente nel Gold Standard a partire dal 1870. Il Free Silver divenne sempre più associato al populismo, ai sindacati e alla lotta degli americani comuni contro i banchieri e i monopolisti, e i baroni rapinatori dell’era del capitalismo dell’età dell’oro lo chiamarono “il denaro del popolo”. Al contrario, il sistema del Gold Standard prevedeva uno stretto legame tra la quantità di moneta in circolazione e le riserve auree detenute dalla banca centrale.

In tale sistema ogni moneta aveva una parità metallica fissa e quindi il valore della moneta corrispondeva ad una determinata quantità di oro stabilita dalle autorità monetarie. La moneta cartacea in circolazione era convertibile, in qualunque momento, in oro, per cui si rendeva necessaria la corrispondenza tra la quantità di biglietti di banca in circolazione e le riserve di oro possedute dalla banca centrale. A tale proposito ma nell’intento di liberarsi dalle spire dell’inestricabile mondo della politica economica, è interessante riportare il penetrante commento di George Bernard Shaw, premio Nobel per la letteratura nel 1925: “La cosa più importante in fatto di denaro è di mantenere la sua stabilità, in modo che nel tempo si possano comprare con una sterlina le stesse cose che si comprano oggi e non di più. Con la moneta cartacea, questa stabilità deve essere mantenuta dal Governo. Con una valuta aurea, essa tende a mantenersi da sé anche quando le risorse naturali d’oro si accrescono in seguito alla scoperta di nuovi giacimenti, per il fatto curioso che la richiesta d’oro nel mondo è praticamente infinita. Voi dovete scegliere (come elettori) tra il concedere la vostra fiducia alla stabilità naturale dell’oro o alla stabilità naturale dell’onestà e dell’intelligenza dei membri del Governo. E, col dovuto rispetto per questi signori, vi consiglio, finché dura il sistema capitalista, di votare per l’oro”.

Tornando dai metalli preziosi e dai relativi controvalori cartacei alla più umile celluloide, è interessante osservare che le trasposizioni cinematografiche ovviamente rimasero sia imbevute di innegabile forza simbolica della storia originale, sia la amplificarono ancora grazie al loro maggiore impatto sulla cultura popolare: la pellicola di Fleming addirittura scatenò il crearsi di leggende metropolitane tanto assurde quanto accattivanti, come quella che vorrebbe il suicidio di una comparsa sullo sfondo di una scena oppure il perfetto parallelismo tra il film e l’album Dark Side of the Moon dei Pink Floyd, da far partire esattamente al terzo ruggito del leone della MGM.

La pellicola di Murch è ancora più consapevolmente intrisa di sotto-testi psicologici e politici.

Il video essayist In praise of the shadows osserva sul suo canale Youtube come il film si presti a una doppia lettura in chiave antimperialista e anticapitalista.

Da una parte infatti gli abitanti di Oz non si sono fatti problemi in passato a rubare gemme preziose in quantità industriali al popolo degli Gnomi, appropriandosene indebitamente per diritto di conquista per poi farsi passare per vittime nel momento in cui arriva la reazione violenta degli sfruttati; dall’altra, il Re degli Gnomi è un tiranno plutocrate che accumula oggetti e ricchezze per il puro gusto di definirli propri, schiacciando nel processo non solo gli oppositori ma anche i suoi compari, imprigionandoli in uno schema di potere piramidale e maschilista. Non è un caso che il suo unico punto debole sia il terrore, probabilmente frutto di auto suggestione, per le uova di gallina, simbolo da sempre della fecondità femminile.

In praise of the shadows inoltre sottolinea come il film sia quasi scientificamente studiato per rappresentare su schermo le paure infantili più comuni raccolte in strumenti psicologici come il Fear Survey Schedule for Children: Dorothy si trova ad affrontare non solo il buio, le altezze, tempeste e creature spaventose, ma soprattutto figure autoritarie che la sgridano, la pongono in situazioni di isolamento, la costringono ad effettuare complicati test come a scuola.

Non è un caso per altro che il film riprenda un espediente presente nella pellicola originale del 1939 (e non nell’opera letteraria): in entrambi infatti ogni personaggio fantastico del mondo di Oz ha un corrispettivo nel mondo reale, interpretato dallo stesso attore. Se nel film di Fleming è semplicemente rassicurante vedere come alla fine lo Spaventapasseri, l’Uomo di Latta e il Leone Codardo siano ancora insieme a Dorothy sotto forma di contadini simpatici nel mondo reale, nel film di Murch sapere che il Re degli Gnomi e la strega Mombi siano nella realtà lo psichiatra e la sua infermiera getta una luce del tutto diversa sulle condizioni mentali della bambina.

Hanno dunque ragione gli adulti? Dorothy è veramente pazza ad immaginarsi come figura salvifica di un mondo fatato dove nonostante gli orrori tutti le vogliono bene e tutto si può risolvere con la gentilezza e l’amore? Più probabilmente, siamo pazzi noi a non farlo.

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